Di Parlanti e Pensanti
- francescofst
- 5 giorni fa
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"Io penso, dunque sono."
René Descartes, "Principi della filosofia", Libro primo "If I say of myself that it is only from my own case that I know what the word "pain" means - must I not say the same of other people too? And how can I generalize the one case so irresponsibly?
Now someone tells me that he knows what pain is only from his own case! --Suppose everyone had a box with something in it: we call it a "beetle". No one can look into anyone else's box, and everyone says he knows what a beetle is only by looking at his beetle. --Here it would be quite possible for everyone to have something different in his box. One might even imagine such a thing constantly changing. --But suppose the word "beetle" had a use in these people's language? --If so it would not be used as the name of a thing. The thing in the box has no place in the language-game at all; not even as a something: for the box might even be empty. --No, one can 'divide through' by the thing in the box; it cancels out, whatever it is.
That is to say: if we construe the grammar of the expression of sensation on the model of 'object and designation' the object drops out of consideration as irrelevant." [1]
Ludwig Wittgestein, Philosophical Investigations, Sec. 293
Avvertenza: ho ideato il testo di questo post il 26 aprile 2026, anche se i concetti espressi risalgono al 2025. Ciò avviene prima che i recenti eventi di cronaca attirassero l'attenzione pubblica su un caso di auto-comunicazione con conseguenze preoccupanti per il suo autore. Non mi considero in grado di affrontare la complessità giuridica che, a mio avviso, il soliloquio e l'espressione delle proprie idee sul Web comportano. Tuttavia, sento di darvi una lezione: sempre più, vale il "Miranda Warning", secondo il quale "tutto ciò che dite potrà essere utilizzato contro di voi". Anzi, possiamo generalizzare: tutte le tracce che lascerete potranno essere utilizzate contro di voi. L'anonimato e la riservatezza sono ormai un obbligo a qualsiasi livello.
Come sempre, i napoletani l'hanno sempre saputo: 'a meglia parola è chella ca nun se rice!

Il Pensante
I testi di filosofia del linguaggio pullulano di una figura immaginaria: il Parlante, vale a dire colui che, facendo uso del linguaggio, scambia frasi con i suoi simili.
Nel mia introduzione al modello entità - relazione ho proposto di anteporre al Parlante un nuovo soggetto: il Pensante. Anteriore rispetto al Parlante, perché, ad esempio, nella visione filosofica a me più cara, il solipsismo, il Pensante mantiene quel ruolo centrale che il Parlante perde.
Non rivendico il merito di aver introdotto questa figura, conosciuta fin dall'antichità. René Descartes l'ha esaltata con il suo famoso "cogito" e l'introduzione - non senza difficoltà - della straordinaria "res cogitans" (una contraddizione in termini: se è "cogitans", come può essere una "res"?) distinta dalla "res extensa" [2]
Il Pensante utilizza il linguaggio per riflettere, e questo dovrebbe essere sufficiente per la filosofia del linguaggio. Se, dal punto di vista evolutivo, il linguaggio preceda la comunicazione o sia il contrario (come appare più logico), non è rilevante per i fini che mi propongo.
Il Comunicante
Riconosciuta l'esistenza di altri Pensanti intorno a lui (o almeno l'impressione della loro esistenza), il Pensante desidera "mettere in comune" ("cum-munere", appunto), condividere il proprio pensiero con gli altri e assume il ruolo di "Comunicante". Sono consapevole che questo coincide con il "Parlante", il cui nome è più accattivante rispetto al più tecnico "comunicante", tuttavia questo nuovo termine richiama alcuni aspetti importanti. Questi vanno oltre lo scontato fatto che la comunicazione possa avvenire in forme diverse da quella parlata.
Il primo aspetto è che il Comunicante può scegliere in qualsiasi momento di interrompere la comunicazione, far cadere la connessione insomma. Da Parlante e Ascoltante, può decidere di diventare muto e sordo, o solo uno dei due. Nei casi peggiori, può persino diventare un "Comunicante selettivo", cioè parlare o ascoltare solo ciò che gli interessa.
Il secondo punto, come ci ha mostrato Claude Shannon, è che chi pensa deve convertire il proprio pensiero in un linguaggio comune con l'altro pensatore, trasmetterlo tramite un canale di comunicazione e aspettare che l'altro lo interpreti nel proprio pensiero. In sintesi, si tratta della codifica da parte dell'emittente e della decodifica da parte del ricevente, due processi per nulla semplici.
Questi due problemi mettono seriamente in pericolo la reale possibilità dell'esistenza di qualcosa chiamato "comunicazione" tra Pensanti. La saggezza napoletana lo aveva compreso già da tempo: parlamm e nun ce capimm. Se diffidate della saggezza popolare, ascoltate almeno questa celebre citazione da Frederic Amiel: "Capire è difficilissimo; farsi capire è una smisurata ambizione". [3]
In effetti, a stupirci non dovrebbe essere che perché non ci comprendiamo, ma come sia possibile che, talvolta, riusciamo a comprenderci.
Il Significato
Una volta riconosciuta l'esistenza del Pensante, la soluzione al problema del significato diventa evidente: il significato non esiste all'esterno, ma solo nella mente dei Pensanti: la parola "Napoleone" richiama tanti significati quanti sono i Pensanti. Nella propria mente, non solo Dio, ma l'intero mondo è rappresentato da ogni Pensante secondo la propria immagine e somiglianza. Solo in modo molto sfumato i Pensanti attribuiscono un significato comune ai termini che si scambiano tra loro.
È interessante osservare come l'esperimento mentale dello scarabeo nella scatola, menzionato da Wittgenstein per confutare la mia posizione (io sostengo che il significato sia un fatto privato), si interpreti, a mio parere, esattamente nel modo che il filosofo austriaco intende negare: ciascuno assegna alla parola "scarabeo" un significato personale, non riducibile a quello degli altri. La dimostrazione è immediata: immaginiamo che tra i presenti ci sia un entomologo; è chiaro che il suo scarabeo sarebbe diverso da quello di tutti gli altri! [4]
Rigetto, tuttavia, anche l'opinione di Grice, secondo il quale il significato ha un aspetto "psicologico". Dal mio punto di vista, il significato è un concetto "olistico" che abbraccia tutte le connessioni che, nella mia mente, si realizzano tra le parole. Del tutto analogo ad un muro di mattoni, che differisce da un mucchio di mattoni poichè dotato di struttura. E poiché questa rete è unica in ciascuno di noi, il significato è privato, solo opacamente condiviso.
L'Auto-comunicante
Tra le forme estreme di comunicazione c'è l'auto-comunicante, ovvero chi comunica con se stesso. Se lo fa a voce alta, diventa un auto-parlante. Personalmente non apprezzo questa pratica e non ricordo di aver mai parlato a me stesso. Tuttavia, mi domando: ci si dà del tu? O del lei? Ci si chiama per nome o per cognome? I titoli di studio hanno importanza?Questa pratica deve essere, comunque, molto comune se è vero, come è vero, che esiste un'ampia letteratura sulle parole "giuste" da utilizzare per comunicare con se stessi.
Per definizione, l'auto-comunicante viola il principio di impossibilità a comunicare, poiché tutti i significati sono condivisi tra emittente e ricevente e l'intimità del segnale ne impedisce la distorsione. La teoria dei "molti io in un solo sè" permetterebbe, assunto che la comunicazione avvenga tra io diversi di un medesimo soggetto, di ripristinare l'incomunicabilità.
L'Oratore solitario
Chi scrive (nel senso di chi pratica il mestiere dello scrittore, non riferito a me che scrivo qui) è un Comunicante, sebbene non utilizzi la voce. La sua controparte è il lettore, con il quale comunica in forma asincrona, differita nel tempo e senza possibilità di interloquire. A meno che non si faccia rientrare la scrittura tra le pratiche di auto-comunicazione, ipotesi da non scartare a priori.
Non mi considero uno scrittore (sebbene a volte mi diletto in questa pratica), ma coltivo un'abitudine simile: l'oratoria per un pubblico immaginario. Ho ereditato da mia madre l'abitudine di pensare ad alta voce quando nessuno è nelle vicinanze. Come lei, trovo nel riordinare la cucina il momento ideale per esercitarmi, affinare la mia eloquenza con discorsi improbabili che non avranno mai un pubblico disposto ad ascoltarli. [5] A volte, il tono della voce supera il sussurro e un braccio si alza, gesto evocativo di fronte a una folla immaginaria; è allora che mia moglie mi guarda con espressione molto, molto preoccupata.
NOTE
[1] «Se dico di me stesso che soltanto dalla mia personale esperienza io so che cosa significa la parola dolore, non debbo dire la stessa cosa anche degli altri? E come posso generalizzare quest’unico caso in modo così irresponsabile? Ora qualcuno mi dice di sapere che cosa siano i dolori soltanto da se stesso. Supponiamo che ciascuno abbia una scatola in cui c’è qualcosa che noi chiamiamo ‘scarabeo’. Nessuno può guardare nella scatola dell’altro; e ognuno dice di sapere cos’è uno scarabeo soltanto guardando il suo scarabeo. Ma potrebbe ben darsi che ciascuno abbia nella sua scatola una cosa diversa. Si potrebbe addirittura immaginare che questa cosa mutasse continuamente. Ma supponiamo che la parola ‘scarabeo’ avesse tuttavia un uso per queste persone! Allora non sarebbe quello della designazione di una cosa. La cosa contenuta nella scatola non farebbe parte in nessun caso del gioco linguistico; nemmeno come un qualcosa: infatti la scatola potrebbe essere vuota. Questo vuole dire: se si costruisce la grammatica dell’espressione di una sensazione secondo il modello oggetto e designazione, allora l’oggetto viene escluso dalla considerazione, come qualcosa di irrilevante»
[2] nello stralcio del testo di Cartesio, ho mantenuto il titolo del numero 8 "Di qui si conosce la distinzione tra l'anima e il corpo, cioè tra la cosa pensante e la corporea" con l'auspicio che il lettore curioso ricerchi quel paragrafo allo scopo di approfondire quali argomenti ha sostenuto il filosofo francese per sostenere questa distinzione. Il testo completo del libro lo trovate, ad esempio, all'indirizzo:https://ia601602.us.archive.org/21/items/DescartesPrincipiiDiFilosofiaLibroPrimo/DescartesPrincipiiDiFilosofiaLibroPrimo_text.pdf
[3] In quanto "ambizione", per giunta "smisurata", è inutile da perseguire?
Siamo di fronte al "problema della lotteria": sebbene tutti i testi di probabilità vi sconsiglino di acquistare un biglietto, l'unica certezza è che non acquistandolo, non vincerete. Se quindi l'unica maniera che ritenete di avere per accedere ad un'esistenza migliore è la vincita alla lotteria, è d'obbligo acquistare almeno un biglietto (a rigori: tanti biglietti, fino a quando il costo del loro acquisto non vi conduca ad un'esistenza certamente peggiore dell'attuale). Fuor di metafora, la comunicazione è necessaria per interagire con gli altri comunicanti, al fine di poterne trarre, se non felicità, almeno beneficio. Ne consegue che perseguire l'ambizione è doveroso.
A margine: dello stesso autore, trovo più interessante la seguente citazione:

[4] Il filosofo laureato in ingegneria austriaco è emblematico di quanto io sostengo, infatti, solo lui è in grado veramente di comprendere il significato delle affermazioni che lui ha scritto. Non ho nessuna certezza che l'esperimento mentale dello scarabeo nella scatola si interpreti come ho scritto.
[5] Raffaele Morelli avrebbe moltissimo da dire in merito!




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